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Bambini del ghetto di Varsavia

I bambini del ghetto di Varsavia sono stati gli oltre 85.000 bambini presenti durante la Seconda guerra mondiale tra le 500.000 persone rinchiuse nel ghetto di Varsavia, il più grande tra i ghetti nazisti istituiti in Polonia per confinarvi la popolazione ebraica della città e dei dintorni. I bambini furono decimati dalle terribili condizioni di vita, dalla fame, dalle malattie e quindi dalle deportazioni nei campi di sterminio di Treblinka e Majdanek. Dopo la rivolta e la liquidazione del ghetto, rimasero in vita solo quei pochi bambini che erano riusciti a trovare rifugio fuori del ghetto nel settore ariano della città. Pochi altri (in massima parte adolescenti) tornarono dalle deportazioni.

Il ghetto di Varsavia nel 1941, ancora pieno di vita e di bambini

. . . Bambini del ghetto di Varsavia . . .

Il ghetto di Varsavia, con i suoi 450.000-500.000 abitanti, fu il più grande tra i ghetti nazisti istituiti dal Terzo Reich in Polonia. Situato entro i confini della città di Varsavia, fu istituito nell’estate del 1940 nel quartiere Nalewki, che era la zona tradizionalmente abitata dalla comunità ebraica di Varsavia, allora la più numerosa al mondo dopo quella di New York. Gradualmente nel corso dell’autunno dello stesso anno vi furono trasferiti anche tutti i 138.000 ebrei che risiedevano in altre parti della città (cui se ne aggiunsero circa 60.0000 da villaggi e città vicine), con la contemporanea espulsione di tutti i 113.000 residenti non-ebrei. Il 16 novembre 1940 il ghetto fu ufficialmente sigillato, circondato da un muro di cinta e sorvegliato da guardie armate.

I bambini furono al tempo stesso testimoni e vittime delle terribili condizioni di vita nel ghetto di Varsavia

Più di 85.000 tra i residenti del ghetto erano bambini o adolescenti. Vi giunsero per la maggior parte con le loro famiglie, genitori, nonni, parenti. All’interno del ghetto furono trasferiti anche i bambini degli orfanotrofi. Gli ospiti della celebre Casa dell’Orfano (Dom Sierot), fondata nel 1913 e diretta da Janusz Korczak, vennero dapprima alloggiati nella sede della ex-Scuola di Commercio (ulica Chłodna, 33) e quindi dal 1941, in condizioni ancor più precarie, nell’edificio che ospitava il Club dei commercianti (ulica Śliska, 9).[1]

Fin dall’inizio fu evidente l’impossibilità di mantenere ogni apparenza di normalità nella vita dei bambini del ghetto.[2] Le autorità naziste proibirono la regolare apertura delle scuole. Quindi non era possibile reperire legalmente alcun materiale didattico ed organizzare spazi e luoghi appropriati. L’assistenza dei bambini rimase affidata alle organizzazioni ebraiche per l’infanzia, come la Society for Safeguarding the Health of the Jewish Population (TOZ)[3] e CENTOS, le quali continuarono ad operare nel ghetto, con il sostegno del Joint Distribution Committee (JDC), in condizioni di assoluta precarietà.

Per sostenere se stessi e le loro famiglie i bambini lavorarono come venditori per le strade del ghetto
A rischio della loro vita, i bambini furono i principali artefici del contrabbando di cibo che si svolgeva quotidianamente con l’esterno del ghetto

Fu organizzata una vasta rete di mense che distribuivano pasti caldi ai bambini e sotto la cui copertura si svolgevano anche dei corsi scolastici clandestini che coinvolsero a piccoli gruppi circa il 60% dei bambini del ghetto. Vi erano poi gli orfanotrofi e i centri di accoglienza che accoglievano circa 5.000 bambini, orfani, bisognosi o abbandonati. Si crearono anche dei centri di detenzione temporanea dove i bambini trovati abbandonati nelle strade potessero essere curati e tenuti in quarantena per un certo periodo prima di essere accolti in istituti. A capo del principale orfanotrofio, Korczak impiega tutta la sua influenza per ottenere dall’esterno i fondi necessari per procurare il cibo al mercato nero ed assicurare la sopravvivenza dei bambini a lui affidati.

Tuttavia, le terribili condizioni di vita del ghetto presto presero il sopravvento sulle poche risorse delle organizzazioni assistenziali. La scarsità di cibo divenne la principale preoccupazione di ogni abitante del ghetto. Anche i bambini dovettero fare la loro parte nel lavoro e nella ricerca quotidiana del cibo. Moltissimi di loro (specie quelli che potevano più facilmente passare per “non-ebrei”, sia per aspetto e per la padronanza senza accenti della lingua polacca) furono impegnati nel contrabbando di generi alimentari che avveniva con l’esterno. Spesso l’intera famiglia si trovava a dipendere dal loro lavoro che poteva concludersi tragicamente in ogni momento con la loro esecuzione se sorpresi dalla polizia. Altri bambini furono impegnati in ogni sorta di commercio o lavoro all’interno del ghetto o ridottisi a mendicare per le strade.

La ricerca del cibo non era l’unica preoccupazione. Le condizioni igieniche soprattutto nelle aree più povere e sovraffollate del ghetto erano disperate. Nell’estate del 1941 un’epidemia di tifo fece centinaia di vittime, specie tra i bambini. Alla fine migliaia di loro moriranno di fame, freddo e malattia.

Le fotografie scattate da Willi Georg nell’estate del 1941 documentano questa fase nella vita del ghetto, con le strade ancora affollate da bambini ma con segni ormai chiari del progressivo e ormai irreversibile deterioramento delle condizioni generali nelle presenza di bambini emaciati e piccoli mendicanti.

Nell’anno 1941-42 sempre meno tempo ed energie poterono essere dedicati a finalità educative. I bambini del ghetto ormai lottavano per la loro sopravvivenza. Ogni residua attività culturale dovette essere concentrata sempre più’ nel tempo limitato che i bambini trascorreva alla mensa per il pasto. Nella primavera del 1942 si riuscirono ad aprire due moderni campi gioco per i bambini del ghetto che offrissero loro una breve evasione dalle loro sofferenze.

Il peggio tuttavia doveva ancora venire. Il 22 luglio del 1942 cominciarono le deportazioni verso il campo di sterminio di Treblinka, dove una volta giunti a destinazione i deportati erano uccisi nelle camere a gas con esalazioni di monossido di carbonio. I primi ad essere deportati furono proprio i bambini, cui le SS dettero la caccia uno per uno per le strade e le case del ghetto, assieme agli anziani e ai malati. Quando il capo del consiglio ebraico, Adam Czerniakow, si rese conto della situazione e di quanto fosse futile il suo lavoro di fronte allo sterminio dei bambini, si tolse la vita ingerendo una pillola di cianuro. Lasciò una nota di suicidio: “Sono le tre del pomeriggio. In questo momento sono pronti a partire in 4.000. Alle 16 dovranno essere 6.000. Le SS vogliono che uccida i bambini con le mie stesse mani. Per me non c’è altra via d’uscita che la morte”.[4] Lo sterminio dei bambini rese palese il salto di qualità compiuto dall’Olocausto giunto ormai alla “soluzione finale”, come già rilevato dallo storico Emanuel Ringelblum dall’interno del ghetto di Varsavia: “Anche nei tempi più barbari, una scintilla umana brillava anche nel cuore più crudele e i bambini furono risparmiati. Ma la bestia hitleriana è molto diversa. Essa divora i più cari a noi, quelli che suscitano la massima compassione, i nostri figli innocenti.”[5]

Tra il 22 luglio e il 21 settembre del 1942 si succedettero trasporti giornalieri che interessarono un totale di circa 300.000 persone giudicate improduttive.[6] Tra i condannati alla deportazione si ritrovarono il 5 agosto 1942 anche tutti i 200 bambini dell’orfanotrofio, con alla testa il loro direttore, Janusz Korczak che per quanto ne avesse ricevuta la possibilità, si rifiutò di abbandonarli nel loro ultimo viaggio. Non era più un mistero nel ghetto la sorte di morte che attendeva tutti i deportati.

Rastrellamenti degli ultimi superstiti del ghetto di Varsavia (maggio 1943). Il militare in alto a destra con un mitra in mano è Josef Blösche.

Lo sterminio dei più piccoli fu condotto in maniera cosi’ sistematica che nell’autunno del 1942 tra le circa 70.000 persone che ancora rimanevano nel ghetto non si contavano che circa 1.200 bambini, che erano riusciti a evitare le deportazioni in nascondigli improvvisati. Alcune migliaia avevano trovato precario rifugio fuori dal ghetto: alcuni di propria iniziativa, vivendo di espedienti per le strade della zona ariana e nelle compagne attorno a Varsavia, altri ospitati da famiglie o istituti cattolici. Oltre 2.000 di loro trovarono una sistemazione grazie al sostegno loro offerto da Irena Sendler e dalla resistenza polacca.

Nonostante ogni difficoltà, nel ghetto si continuarono fino all’ultimo ad organizzare iniziative per l’assistenza ai bambini: centri diurni e piccole case-famiglie per i molti orfani, sotto la supervisione di Dawid Guzik, direttore del JDC. La priorità adesso era di cercare in ogni modo di sottrarli alle deportazioni e possibilmente di trovare loro un rifugio fuori dal ghetto.

Ogni attività di aiuto e assistenza ai bambini del ghetto cessò dal 18 gennaio 1943 con l’inizio delle operazioni finali di liquidazione del ghetto e lo scoppio della rivolta e la distruzione completa. Per gli ultimi bambini e adolescenti rimasti nel ghetto non ci fu scampo: i più grandi si unirono ai giovanissimi combattenti, morirono nel corso dei combattimenti o, catturati, furono vittime nei campi di sterminio. Pochi di loro riuscirono a mettersi in salvo o a sopravvivere agli arresti e alle deportazioni.

Alla fine, di tutti i bambini del ghetto di Varsavia non rimasero che lo poche migliaia che sopravvissero nascosti nella zona ariana e i pochi (soprattutto adolescenti) che tornarono dal lavoro coatto nei campi di concentramento.

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